CALENDARIO EVENTI

<<  Settembre 2010  >>
 Lun  Mar  Mer  Gio  Ven  Sab  Dom 
  
   
UNA VOCE DAL MERCATO DEL LAVORO DUALE PDF Stampa E-mail

Lettera aperta a Tiraboschi e Ichino di un ragazzo che vive e lavora a Roma pervenuta l’8 aprile 2010 e pubblicata su l’Unità dell’11 aprile 2010

“IO VEDO IN UN MODELLO DI CONTRATTO UNICO LA SOLUZIONE POSSIBILE: PERCHÉ, PER LO STESSO LAVORO, DEVO AVERE UN TRATTAMENTO DIFFERENTE? L’OBIETTIVO CONDIVISO, COMUNQUE, NON PUÒ CHE ESSERE QUELLO DI PERVENIRE AD UN SISTEMA DIFLEXSECURITY“



Gentile dott. Tiraboschi,
sto seguendo con molto interesse il vivace dibattito tra Lei, il professor Ichino e gli economisti de La Voce. Non nego di essere idealmente affine ai suoi interlocutori più che a Lei, anche se trovo sensate e condivisibili molte delle Sue obiezioni (nonostante la sensazione che la proposta Ichino, a differenza di quella Boeri-Garibaldi, già le consideri e in qualche modo vi dia risposta).
Non sono un giuslavorista, quindi non entro ulteriormente nel merito delle questioni tecniche e giuridiche. Sono però un lavoratore a progetto, uno dei moltissimi laureati della mia generazione che hanno un’occupazione tramite questa forma contrattuale. Mi sento pertanto “parte in causa” del dibattito in corso ed è con riferimento alla mia situazione concreta (che è poi quella di molti altri divenuti maggiorenni più o meno nell’anno dell’approvazione della riforma Treu) che Le scrivo la presente.
Premetto di essere un co.co.pro. anomalo, come lo sono del resto quasi tutti i co.co.pro che conosco: sono più o meno all’ottavo contratto a progetto consecutivo, al quarto anno di lavoro presso la prestigiosa struttura privata presso la quale svolgo le mie attività con orario 9.30-18.30, 5 giorni a settimana, in maniera subordinata rispetto “al mio capo” e occupandomi contemporaneamente di una pluralità di progetti, solitamente diversi da quelli formalizzati nella lettera d’incarico.
Sono fermamente convinto che, quando tutto va bene, il contratto a progetto possa essere anche una discreta opportunità: soprattutto, ha ridotto le barriere d’ingresso, quindi ho potuto iniziare a lavorare senza selezioni particolarmente impegnative e dimostrando sul campo il mio valore e le mie capacità.
Ciò nonostante, in questi quattro anni ho vissuto da lavoratore di serie B. Non tanto per quel che facevo (lavoro esattamente analogo a quello dei dipendenti), quanto per una serie di altri fattori, economici e non solo:
1. se il netto mensile è paragonabile a quello che avrei da dipendente, non ho diritto né possibilità di contrattare buoni pasto, tredicesima, trattamento di fine rapporto, premi di produzione etc;
2. in una situazione difficile quale quella attuale, tutti noi “a progetto” siamo i lavoratori più vulnerabili. La Direzione non ha provveduto a nessun licenziamento (la cassa integrazione non è contemplata), ma in compenso ha drasticamente ridotto il numero di dipendenti a progetto (o meglio, di persone che lavoravano con quelli che, fino agli inizi della crisi, definivamo “contratti a rinnovo indeterminato”), semplicemente smettendo di rinnovare tali contratti. Il ridimensionamento subìto in due anni dalla struttura è impressionante. Eppure, proprio a causa delle differenze contrattuali, non ha finora seguito una logica razionale e meritocratica, non si è trasformato in un’opportunità per migliorare il funzionamento complessivo: è più facile e meno disdicevole non rinnovare un contratto, piuttosto che licenziare qualcuno; 3. la differenza è che i lavoratori con contratti non rinnovati sono finiti nella disoccupazione a zero euro, mentre i dipendenti (oltre al TFR) avrebbero avuto accesso ad ammortizzatori sociali decisamente più vantaggiosi;
4. tempo fa avevo inviato il mio curriculum ad un’azienda “concorrente”.
Sono stato immediatamente richiamato dal selezionatore risorse umane ed abbiamo parlato a lungo, fin quando m’ha chiesto “Quindi Lei è un dipendente…”. Inavvertitamente, avventatamente, ho risposto che “Beh, in realtà lavoro con un contratto a progetto..” La telefonata si è interrotta pochi secondi dopo e non ho più avuto sue notizie;
5. insieme a mia moglie (precaria più di me, anche lei laureata con 110 e lode, lei in un ambito d’eccellenza quale quello delle biotecnologie) paghiamo 1.000 euro al mese d’affitto, perché col contratto a progetto tutto posso fare fuorché pensare all’idea d’un mutuo. Le Poste italiane si son rifiutate di farmi una carta di credito, che pure mi serviva, perché avevo un contratto a progetto. Per un acquisto impegnativo ho recentemente chiesto al negoziante di poter ricorrere al credito al consumo, ma siccome il mio ennesimo contratto scade entro sei mesi non è stato possibile e ho dovuto pagare “tutto e subito”.
Che dirLe? La sensazione forte è che tutto il diritto del lavoro e il welfare di questo Paese siano tarati su un modello che non esiste, su un sistema fondato sull’industria manifatturiera di medio-grandi dimensioni.
Non è questa l’Italia. L’Italia è il Paese delle micro-imprese con meno di 10 dipendenti, è il Paese delle partite-iva e sempre più è il Paese dei contratti a progetto (ah, dimenticavo: durante il Governo Prodi hanno cercato di convertirci da parasubordinati a partite iva, ma ci siamo fermamente opposti: a tutto c’è un limite!).
Non so quale sia la soluzione. L’idea di denunciare il mio datore di lavoro non la prendo neanche in considerazione, ovviamente: non ho intenzione di rovinarmi la vita. Sperare nella sua benevolenza, in un’assunzione octroyée, è altrettanto fuori discussione. Essere veramente a progetto, lavorando per più committenti, non è fattibile. Per uscirne non mi resta che sperare in un’iniziativa legislativa. Una proposta che parta da una considerazione banale banale: per la maggioranza degli italiani l’articolo 18 non esiste, come non esiste la cassa integrazione, come non esistono i sindacati. Esiste solo la flessibilità, una flessibilità senza prospettive e senza tutele, che ci spinge a dare il massimo ma soltanto perché se mettiamo un piede in fallo rischiamo di cadere nel baratro.. e comunque il rischio che nonostante tutto qualcuno ci spinga giù è sempre attuale.
Io vedo in un modello di contratto unico la soluzione possibile. Però forse sono ingenuo e poco informato, magari esistono delle alternative (non lo so, non credo: perché, per lo stesso lavoro, devo avere un trattamento differente?). L’obiettivo condiviso, comunque, non può che essere quello di pervenire ad un sistema di flexsecurity. Per favore, lo chiedo a Lei, a Ichino e a tutti gli altri eredi di Biagi, di D’Antona e dei tanti giuslavoristi che hanno pagato con la vita e continuano a rischiare per migliorare un minimo il diritto del lavoro in questo Paese: sedetevi intorno a un tavolo, seppellite l’ascia di guerra e i pregiudizi ideologici e trovate un compromesso, una risposta ai problemi reali di quest’assurda Repubblica, che dovrebbe essere fondata sul lavoro.